Intervista di Andrea Gobetti

In occasione del convegno annuale organizzato in aprile da Apuane Libere a Castelnuovo di Garfagnana per i 30 anni dall’istituzione del Parco delle Alpi Apuane abbiamo avuto il piacere di intervistare Andrea Gobetti, alpinista, speleologo, scrittore e videomaker da sempre coinvolto in esplorazioni non solo fisiche ma anche metafisiche dell’animo umano.
EP. “Dal fondo delle pozzo ho guardato le stelle” rievoca il mito di Perseo e il poetico viaggio di Dante, nei tuoi libri non scrivi solo di alpinismo e speleologia ma accompagni il lettore in un viaggio che porta a tuffarsi nell’ignoto per svelare i misteri della passione alpinistica o speleologica. Quanto è importante per te la poesia oggi in un mondo fondato sulla tecnica, sul profitto, sulla distruzione, sulle guerre e l’odio?
AG. Io penso che la poesia sia un po’ dappertutto, soprattutto dove c’è libertà e tempo per viverla.
Si possono dire tante cose ma credo che il più grave degli insulti che la civiltà attuale fa al tempo degli uomini sua di trasformare tutto in denaro ed anche se abbiamo più tempo per vivere rispetto a come si viveva mille anni fa oramai è tutto un guadagnare dei soldi.
La speleologia i soldi non li ha mai fatti e spero non li faccia mai, però ha una dimensione del tempo che non è quella dell’orario ma è il tempo delle nostre avventure che fuori o dentro, la passione ha ragioni che sono molteplici, possiedono questa poesia: non hanno orario.
Possiamo farlo finché vogliamo, lo possiamo fare da giovani e da vecchi.
Non si fa carriera.
Siamo diversi.
La grotta ci ha salvati dalla visibilità e dal denaro, una delle piaghe che stimola l’odio nazionale e internazionale.
E’ per questo che mi sono sempre sentito bene sottoterra; non capita niente, rimane tutto uguale, non fai del male a nessuno e nemmeno possono farne a te perché sei nascosto.
Io credo che essere ben nascosti sia una delle azioni più rivoluzionarie che ci sia.
EP. In una intervista raccolta nel film “Corchia – la montagna vuota” del 2019 per la regia di Tronconi, parlando delle esplorazioni dell’abisso Fighiera che oggi è parte del complesso del Corchia, ti addentri su cosa significhi oggi essere speleologo. Che ruolo può avere, ora e sempre più in futuro, nella difesa delle grotte e dei sistemi carsici?
Analogamente, nel film “Le vene dei monti” del 2010 ci porti a visitare i cantieri esplorativi della Carcaraia tra le acque trasparenti di acquiferi che saranno “l’acqua che berremo”. E’ inutile la lotta che possiamo ingaggiare per proteggere questa vitale risorsa?
AG. Mah!
Io faccio una cosa: vado a vedere le cose che gli altri non sanno nemmeno che esistano.
Se nessuno sa che una cosa esiste si può cancellare, nel momento che sai che c’è magari a qualcuno piacerà anche. Non è una guerra con ti uno o l’altro.
Però il significato dello speleologo è scoprire cose nuove, se vogliono trasformare le grotte in depositi di carbone non ci va bene se invece si potesse ragionare sul fatto che le grotte hanno un valore perché forse un giorno faranno fare i soldi a qualcuno il fatto che le hai scoperte ha un senso.
E lo hai fatto a gratis!
Lo hai fatto senza che nessuno ti abbia mai dato una lira per farlo.
E noi abbiamo avuto la fortuna di avere esplorato l’abisso del Monte Corchia, una delle esperienze più belle della mia vita. Il premio è stato trovarlo.
Gli speleologi non sono niente: non hanno nessun ruolo politico perché sono troppo pochi anche solo per dire “votate per noi”. In cambio di cosa?
Purtroppo siamo stati più volte attaccati come a volte succede anche agli ecologisti a cui viene detto “fatte dei danni anche voi”.
Per cui vengono chiuse le grotte per proteggere i pipistrelli o per preservare quelli che vengono definiti “gli archivi del mondo” ma è nella natura delle cose che alcune grotte scompariranno senza che nessuno gli abbia mai dato una occhiata.
Pensate che i pipistrelli muoiano perché ci sono gli speleologi? I pipistrelli muoiono perché ci sono i pesticidi. Però contro chi te la puoi prendere? E’ più semplice prendersela con gli speleologi che non possono rispondere.
La posizione che viene chiesta agli speleologi è “finché ci date retta siete bravi…” ma gli speleologi sono principalmente anarchici perché la geografia delle grotte è diversa da quella della superficie e quindi è normale che chi va in grotta abbia delle idee ben diverse su come vadano organizzate le cose.
EP. Tornando al complesso del Corchia, sappiamo che è stato teatro di storiche imprese che hanno coinvolto speleologhe e speleologi da tutta Europa, registrando anche rivoluzioni nel modo di andare in grotta con l’introduzione dai primo anni ’80 di nuove attrezzature che hanno accelerato le esplorazioni. Non credi che solo per questo andrebbe protetto questo luogo, così come l’intero arco delle Alpi Apuane?
AG. Quj in sala c’è Gianni Ledda che in passato, quando ha ricoperto il ruolo di Presidente della Federazione Speleologica Toscana (FST), ha trovato i fondi per un documentario che ho realizzato dal titolo “il Corchia: le emozioni di chi c’era” che è la storia di tutte le esplorazioni che si sono succedute.
Il Corchia è fantastico perché ha un inverno breve. Quando tutti gli altri abissi e le montagne sono pieni di neve e c’è il rischio delle slavine, le grotte del Corchia sono frequentabili a differenza della Carcaraia che è una zona più severa. E poi il Corchia non è male perchè entri dall’alto ed esci dal basso!
E’ un complesso unico al mondo ancora in parte inesplorato e anche le zone già esplorate contengono informazioni ancora da studiare come ad esempio le colonie dei batteri, le correnti d’aria etc cose fino a ieri non note per la comunità scientifica e che ora è possibile studiare.
I batteri in particolare sono molto interessanti perché entrano in simbiosi con il calcare ma soprattutto interessano la farmacopea perché da essi verranno realizzati nuovi farmaci. La speranza di trovare batteri su altri pianeti è più probabile nelle grotte perché se ci sarà vita extraterrestre sarà sotterranea.
La speleologia in fondo non è una attività del tutto inutile. Tutti i lavori su corda nelle città, sugli alberi, è nata dall’esperienza speleologica con l’impiego dei sistemi di assicurazione che si usavano in grotta. Quindi “siamo nessuno” ma in quel mondo lì si sono mosse migliaia di euro.
Un popolo strano quello degli speleologi.
GB*. Le grotte per chi protegge le Alpi Apuane sono un caposaldo molto importante. Esplorarle e poi censirle, registrandole a catasto, è fondamentale per proteggerle. Mi sembra però che in passato (anni ‘60-’70) fosse più frequentata la speleologia anche come forma di militanza. Oggi, fatte le dovute eccezioni, è meno partecipata. Perché secondo te?
AG. Negli anni ‘70 se dicevi che andavi in grotta suscitavi stupore e ammirazione ora se diuci che vai in grotta ti prendono per matto. E’ la claustrofobia!
Una volta l’ignoto aveva fascino ora l’ignoto fa paura, anche perché viviamo tempi veramente spaventosi.
Per me la grotta però è fuori da mondo, è diversa.
EP. Andare in grotta, dove il tempo rallenta o si ferma come in una dimensione non terrestre, è decisamente una attività anticonformista, per qualcuno (anche se non per tutti) lontano dalla competizione e dagli interessi economici e racconta di un atto ribelle ma anche al margine. Nel libro di Vito Teti “La restanza” lui dice “Al margine c’è il mio paese… perchè per restare davvero bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine”. Tu hai deciso di vivere in Lucchesia da anni non vivi più a Torino dove sei nato, che cosa ti ha portato tra i monti?
Aggiungo la citazione del recente docufilm di un socio fondatore di Apuane Libere che si intitola appunto “La restanza”, nel quale Francesco Tomè intervista chi è restato e chi è tornato registrando un tratto comune a tutte le storie ovvero le difficoltà di coltivare e trasmettere una prospettiva sostenibile e riproducibile nel futuro. Quale sviluppo si può disegnare per questi luoghi preservandone la loro unicità, quali valori trasmettere per non scadere nella dicotomia sfruttamento economico o muerte?
AG. L’idea del “margine oppure come avevo pensato io in un mio libro la “frontiera” sono in entrambi i casi qualcosa che non sai come sia fatto. E’ sempre una situazione positiva per gli stimoli che ne vengono fuori però è un “luogo “ veramente scomodo da vivere.
A vent’anni avevo deciso di fare lo scrittore ma mai avrei immaginato che cinquant’anni dopo non ci sarebbe stata nemmeno più la carta! Allora sembrava un mestiere solido e invece non lo era affatto.
E quindi noi viviamo in continuo movimento e solo alcune cose ci consentono di starci bene in questa situazione.
Una di queste cose è l’amicizia perché dell’amicizia non ne possiamo fare a meno. Quando non sai più dove andare, i rapporti di amicizia ti confortano. Avere una rete di contatti, persone con cui confrontarti, ti puoi dare una mano reciprocamente.
Certo noi speleologi abbiamo la fortuna che dentro le cose cambiano poco, le grotte sono perfette per questo, le troviamo più o meno come le abbiamo lasciate.
Però fuori tutto è diverso, cambia tutto, dove prima non c’era ora c’è una cava, dove prima c’era una cava chiusa ora viene riaperta.
Andare d’accordo con chi sfrutta le cave è un problema ma in realtà loro sono i primi a bere acqua inquinata, ne dovrebbero essere consapevoli. Ingaggiare una guerra “tra poveri” non ha senso: ognuno ha le sue ragioni. Ma forse non ho risposto alla tua domanda…
(ndr. Pensando a questa intervista sapevo già che non sarei riuscita ad arginare la dialettica di Andrea Gobetti).
EP. Personalmente ho adorato il tuo libro del 1976, che io ho letto nella riedizione del 2001, “Una frontiera da immaginare”. Quale frontiera possiamo immaginare per il futuro delle Alpi Apuane?
AG. Immaginare? Se ci dicessero che 1 litro di acqua costa più di 1 kg di marmo verrebbero con le idrovore!
E’ più facile immaginare una cosa che un tempo. Immaginare una nuova stagione non è semplice, puoi pensare “speriamo che sia meglio” però poi può succedere di tutto. Io spero che non ci vengano a bombardare.
E’ difficile prevedere come saranno gli uomini, saranno come li avremo educati.
Però, effettivamente, lo sforzo educativo di questi qui (ndr. le società che estraggono il marmo) dov’è? Quand’è?
Quando l’alpinismo è diventato uno sport, ad esempio, non è stato così educativo: prima andavi sulle montagne a gratis ed ora ci vanno a pagamento, nelle palestre.
Dal punto di vista dell’economia è un trionfo però non è così educativo che uno debba arrampicare per essere il primo. A me fanno già pena vedere alle olimpiadi gli handicappati. Uno che ha dei problemi a muoversi e deve pure pensare ad arrivare prima di un altro, a batterlo.
Questa competizione è salvifica o è una delle massime ragioni per cui ci stiamo a logorare tra la vita e la morte?
Firmato: Elisa Ponti (speleologa e volontaria di Apuane Libere)
La registrazione di questa intervista e di tutti gli altri contributi al Convegno annuale di Apuane Libere è stato pubblicato su Youtube al seguente link: APUANE: IL PARCO DELLE MONTAGNE CAVE – YouTube.
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